di: stefanoiovino
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Ci sono persone che non hanno una diagnosi. Non sono mai state da uno specialista. Non si definirebbero “malate”. Eppure il cibo occupa nella loro testa uno spazio sproporzionato — ci pensano prima di mangiare, mentre mangiano, dopo aver mangiato. Si sentono in colpa, si ripromettono di fare meglio, ricomincia il ciclo.
Se ti riconosci in questa descrizione, questo articolo è per te.
Il problema che non ha ancora un nome
I disturbi del comportamento alimentare — anoressia, bulimia, binge eating disorder — sono condizioni cliniche con criteri diagnostici precisi. Ma la ricerca scientifica ha da tempo identificato una zona grigia molto più ampia: quella del comportamento alimentare disturbato (disordered eating), che non soddisfa i criteri per una diagnosi completa ma produce comunque sofferenza reale e conseguenze concrete sulla salute fisica e psicologica.
Uno studio di Neumark-Sztainer e collaboratori (2011) su oltre 2.000 adolescenti e giovani adulti ha mostrato che i comportamenti alimentari disturbati — restrizione, abbuffate occasionali, uso del cibo per gestire le emozioni — sono significativamente più diffusi dei disturbi alimentari diagnosticati, e che comportano rischi analoghi nel lungo periodo se non affrontati.
Non serve avere una diagnosi per stare male. E non serve aspettare di averla per chiedere aiuto.
Non è forza di volontà. È neurobiologia.
Uno degli errori più comuni — e più dannosi — è interpretare un rapporto difficile col cibo come un problema di carattere. “Manca la disciplina”, “non hai abbastanza determinazione”, “se volessi davvero potresti controllare”.
Questa lettura è scientificamente infondata.
La ricerca di Polivy e Herman (2002) ha documentato quello che viene chiamato effetto controregolatorio: le persone che tentano di controllare rigidamente l’alimentazione attraverso regole ferree tendono, paradossalmente, ad abbuffarsi di più rispetto a chi non si impone restrizioni. Il meccanismo è semplice: la restrizione cognitiva abbassa la soglia di autocontrollo, e basta una piccola trasgressione per innescare il pensiero “ormai ho già mangiato, tanto vale continuare”.
Non è debolezza. È una risposta prevedibile e documentata del cervello umano a un sistema di regole insostenibile.
Stice e collaboratori (2017) hanno inoltre mostrato come i tentativi ripetuti di controllo rigido sull’alimentazione siano associati a un aumentato rischio di sviluppare un disturbo alimentare clinicamente significativo nel tempo.
I segnali da non ignorare
Non esiste una soglia precisa oltre la quale il proprio rapporto col cibo diventa “un problema”. Esistono però segnali che vale la pena riconoscere:
- Il pensiero al cibo occupa una parte significativa della giornata, anche quando non hai fame
- Mangi in risposta a emozioni — noia, stress, ansia, tristezza — più che a segnali fisici di fame
- Ti senti in colpa dopo aver mangiato certi alimenti o certe quantità
- Hai regole rigide sul cibo che, se infrante, producono vergogna o senso di fallimento
- Il tuo umore dipende da quanto “bene” hai mangiato nella giornata
- Eviti situazioni sociali che implicano il cibo
- Il tuo peso o la tua forma corporea influenzano in modo significativo come ti valuti come persona
Nessuno di questi segnali, preso singolarmente, equivale a una diagnosi. Insieme, raccontano un rapporto col cibo che sta assorbendo energie, tempo e benessere.
Il cibo come regolatore emotivo
Una delle dinamiche più frequenti — e meno riconosciute — è l’uso del cibo come strumento di gestione delle emozioni. Mangiare per calmarsi, per riempire un vuoto, per punirsi, per premiarssi.
Fairburn e collaboratori (2003), nel loro modello cognitivo transdiagnostico dei disturbi alimentari, hanno identificato nella difficoltà di regolazione emotiva uno dei meccanismi centrali che mantengono nel tempo i comportamenti alimentari problematici. Non si tratta di un vizio o di una mancanza di volontà: si tratta di un sistema di coping — spesso appreso precocemente — che nel tempo diventa sempre meno efficace e sempre più costoso.
Riconoscere questa dinamica è il primo passo per poterla cambiare.
Quando chiedere aiuto
Non è necessario aspettare di “stare abbastanza male” per parlare con uno specialista. Anzi, intervenire precocemente — prima che i comportamenti si strutturino in un disturbo conclamato — è molto più efficace.
Se il tuo rapporto col cibo ti pesa, se ci pensi troppo, se ti condiziona nelle relazioni o nella qualità della vita, hai già una ragione sufficiente per parlarne con qualcuno.
Il Centro DiCA
Il Centro DiCA di Napoli , Torre Annunziata e Cardito è specializzato esclusivamente nei disturbi del comportamento alimentare e nelle difficoltà legate al rapporto col cibo. L’équipe è composta da psicoterapeuti, nutrizionista e psichiatra — figure diverse che lavorano insieme sullo stesso paziente, perché il cibo riguarda il corpo, la mente e le emozioni contemporaneamente.
Se vuoi capire meglio il tuo rapporto col cibo, un primo colloquio è il punto di partenza.
Chiama il 327 318 9602 o scrivi attraverso il sito dicanapoli.it.
Riferimenti scientifici
- Neumark-Sztainer D. et al. (2011). Disordered eating and substance use in high-school students. International Journal of Eating Disorders.
- Polivy J., Herman C.P. (2002). Causes of eating disorders. Annual Review of Psychology.
- Stice E. et al. (2017). Risk factors for eating disorder onset. Psychological Medicine.
- Fairburn C.G. et al. (2003). Cognitive behaviour therapy for eating disorders: A “transdiagnostic” theory and treatment. Behaviour Research and Therapy.
