Il DSM-5 fornisce la seguente definizione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione:
“I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”
Quando si parla di disturbi alimentari, l’anoressia è sicuramente tra i primi a cui si pensa. Ma qual è l’etimologia di questa parola? Dal greco “άνόρεξις”, “assenza di desiderio”, la parola “anoressia” insieme al suo sinonimo latino “innappetentia”, col tempo è stata utilizzata per indicare un senso di disgusto per il cibo o “mancanza di appetito” nonostante quest’ultimo sia paradossalmente quasi un pensiero ossessivo, un desiderio ricorrente ed intrusivo nelle persone affette.
Una persona soffre di anoressia quando, a seguito della riduzione o interruzione delle proprie abitudini alimentari ,scende sotto l’85% del peso normale per la propria età, sesso e altezza.
Da un punto di vista del contenuto del pensiero, l’anoressia determina un’ intensa paura di acquistare peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso. Il cibo e il pasto, per una persona che soffre di anoressia sono causa di ansia, motivo per cui tenta di rimandare il più possibile il momento di sedersi a tavola, fino a sconvolgere completamente la routine dei pasti.
Molto frequente è la tendenza alla sottovalutazione del problema ed alla negazione della propria condizione di sottopeso, alla quale si aggiungono vere e proprie dispercezioni circa la propria forma fisica.
Spesso si ricorre ad una pratica eccessiva e fuori controllo di attività fisica (camminare per ore, sessioni di allenamento molto lunghe, sport praticato con modalità compulsiva).
Nonostante l’anoressia nervosa abbia un’incidenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini, si sta assistendo ad una comparsa di questa condizione anche nei soggetti di sesso maschile.
Secondo i dati del Ministero della Salute l’incidenza, stimata, dell’anoressia nervosa è di almeno 8-9 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra le donne, mentre è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi per 100.000 persone in un anno, tra gli uomini.
Da un punto di vista delle caratteristiche cliniche, tendenzialmente la sintomatologia ed il decorso sono sovrapponibili e non risentono della differenza di genere.
Come si diagnostica l’anoressia nervosa? Trattandosi di una categoria molto ampia, per definirla in modo chiaro può risultare utile ricorrere ai criteri diagnostici raccolti nel manuale di DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders). In sintesi si individuano:
Una restrizione dell’assunzione di calorie che porta a un peso corporeo sempre più basso in relazione all’età, al sesso, allo sviluppo e alla salute fisica.
Un peso corporeo molto basso, inferiore al minimo normale oppure, nel caso di bambini e adolescenti, più basso di quello minimo atteso.
Un’intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure l’adozione di un comportamento costante che interferisce con l’aumento di peso, anche se già basso.
Un’alterazione della percezione del peso e della forma del proprio corpo che di conseguenza influenza sui livelli di autostima, oppure l’impossibilità di riconoscere la gravità della condizione di sottopeso raggiunta.
Quando si parla di anoressia nervosa non ci riferiamo a un comportamento univoco per tutti gli individui affetti. Possiamo, infatti, distinguerne due sottotipi:
Con restrizioni: durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo non ha presentato ricorrenti episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es., vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi). In questo caso la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno e/o l’attività fisica eccessiva.
Tipo con abbuffate/condotte di eliminazione: Durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo ha presentato ricorrenti episodi di abbuffata o condotte di eliminazione (cioè, vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).
Uno stato di sottopeso protratto nel tempo, oltre che le pratiche associate al tentativo di ridurre il proprio peso corporeo, possono generare – accanto alla varietà dei sintomi psicologici – una serie di compromissioni di natura organica.
Tra le principali problematiche fisiche che sono conseguenti ad un disturbo da anoressia nervosa, le principali sono:
Lieve: IMC ≥ 17 kg/m2
Moderato: IMC 16-16,99 kg/m2
Grave: IMC 15-15,99 kg/m2
Estremo: IMC < 15 kg/m2
IMC(indice di massa corporea)= peso (in chilogrammi) diviso per altezza al quadrato (in metri)
Come per l’anoressia, anche il concetto di bulimia ha radici storiche profonde. Dal greco βουλιμία (fame da bue), il termine bulimia prende il significato di fame enorme, voracità smisurata e compare in letteratura e già nelle mitologie di tutte le epoche. Tuttavia, in medicina è stata considerata a lungo sintomo di diverse malattie.
Tale disturbo si caratterizza per la presenza di abbuffate ovvero l’assunzione di grandi quantità di cibo in breve tempo, prediligendo dolci, cibi ipercalorici e con una consistenza che ne faciliti l’ingestione . Essendo i soggetti bulimici ossessionati dalla linea e dal loro peso, spesso ricorrono a un “comportamento compensativo” tramite pratiche cosiddette “liberatorie”, tra cui il vomito autoindotto, medicinali per stimolare le funzioni intestinali e la diuresi o “non liberatorie” ossia con esercizi ginnici spinti all’eccesso.
Per una diagnosi della bulimia nervosa ci possiamo rifare ai criteri individuati nel manuale di DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders):
Ricorrenti episodi di abbuffata caratterizzati da aspetti come
Mangiare, in un determinato periodo di tempo (per es., un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili;
Sensazione di perdita del controllo durante l’episodio (per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o di controllare cosa o quanto si sta mangiando).
Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o attività fisica eccessiva.
Le abbuffate e le condotte compensatorie inappropriate si verificano entrambe in media almeno una volta alla settimana per 3 mesi.
I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso del corpo.
L’alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa.
In Italia la prevalenza della Bulimia è dell’1-5 per cento.
Come per l’anoressia, la bulimia è prevalentemente diffusa nei soggetti di sesso femminile con una presenza del disturbo nel sesso maschile che si aggira intorno al 10-15%
L’incidenza della Bulimia è stimata attorno a 12 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra le donne e circa 0,8 nuovi casi per 100.000 persone per gli uomini.
La bulimia, oltre a generare una serie di difficoltà sul piano psicologico, è responsabile di conseguenze sul piano organico che possono generare danni di entità anche grave.
Ecco i principali:
Lieve: in media 1-3 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Moderato: in media 4-7 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Grave: in media 8-13 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Estremo: in media 14 o più episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
(Disturbo da Alimentazione Incontrollata)
Come è intuibile dal nome (dall’inglese “disturbo dell’alimentazione incontrollata”), il binge eating si caratterizza principalmente per grandi abbuffate, caratterizzate da un senso di perdita di controllo sull’atto del mangiare.
Come si diagnostica il Bing Eating? I criteri individuati dal manuale di DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) si possono così riassumere:
Sensazione di perdita del controllo durante l’episodio di abbuffata;
Mangiare, in un periodo definito di tempo limitato (ad es. due ore) una quantità di cibo molto maggiore rispetto a quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili;
Ricorrenti episodi di abbuffate associati a tre (o più) dei seguenti aspetti:
Mangiare molto più rapidamente del normale;
Mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni;
Mangiare grandi quantità di cibo anche se non ci si sente fisicamente affamati;
Mangiare da soli perché a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando.
Sentirsi disgustati verso se stessi, depressi o assai in colpa dopo l’episodio.
Marcato disagio riguardo alle abbuffate;
Frequenza delle abbuffate, in media, di almeno due volte alla settimana per un periodo di sei mesi;
Assenza di comportamenti compensatori inappropriati come nella bulimia nervosa.
Entrambi i tipi di disturbi hanno in comune l’abbuffata caratterizzata, come già descritto, da
perdita di controllo e ingestione di smodate quantità di cibo in un lasso di tempo tendenzialmente esiguo.
Ciò che rende differente il binge dalla bulimia è l’assenza di condotte di compensazione. All’abbuffata quindi, il soggetto non fa seguire azioni finalizzate, in apparenza, a neutralizzare l’apporto calorico assunto.
Lieve: in media 1-3 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Moderato: in media 4-7 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Grave: in media 8-13 episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Estremo: in media 14 o più episodi di condotte compensatorie inappropriate per settimana.
Sebbene non rientri nella nosografia dei disturbi del comportamento alimentare, è necessario trattare anche della cosiddetta “obesità psicogena”. Si tratta di un disturbo poco conosciuto le cui cause, come suggerisce il nome, sono di natura psichica e non medica. Questo disturbo è riconosciuto come una forma di eccessiva alimentazione associata ad altri disturbi psicologici, tra cui stress, depressione, ansia, ecc. Quali sono, quindi, i comportamenti innescati in questo disturbo? I soggetti che ne soffrono utilizzano il cibo come compensazione di un disagio psicologico. In questi casi l’accumulo di massa grassa può, inoltre, presentarsi simbolicamente come una sorta di “ritenzione emotiva”: la persona “accumula” emozioni che non esprime come tali o che non riesce a affrontare. L’alimentazione diventa, quindi, un mezzo che colma un vuoto, serve a nascondersi e ad autodistruggersi. I soggetti che ne soffrono, infatti, hanno una scarsa autostima e possono arrivare anche a non distinguere più alcun tipo di emozione né ad esprimerla.
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