Cosa succede durante un’abbuffata

Sono le undici di sera. La giornata è andata avanti a fatica e in cucina hai già deciso che stasera no, non succederà. Poi succede. Mangi in fretta, quasi senza sentire il sapore, e quando smetti ti ritrovi con un senso di pesantezza e di vergogna che pesa più del cibo stesso. La frase che arriva subito dopo è sempre la stessa: “Sono senza volontà.”

Se ti riconosci in questa scena, questo articolo è per te. Perché quella frase, ripetuta per anni da tantissime persone, è sbagliata. Ed è sbagliata in un modo che fa molti danni.

Cos’è un’abbuffata

Nel linguaggio comune “abbuffarsi” significa mangiare troppo. In ambito clinico, però, parliamo di un episodio preciso: l’assunzione, in un tempo limitato, di una quantità di cibo chiaramente superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe, accompagnata dalla sensazione di perdere il controllo. Quando gli episodi sono ricorrenti, e accompagnati da forte disagio, si parla di disturbo da binge eating, riconosciuto come diagnosi autonoma dal DSM-5.

Non è un fenomeno raro. Secondo uno studio condotto su campioni di vari paesi nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 2% delle persone ne soffre nel corso della vita (Kessler et al., 2013). Eppure molte non arrivano mai a chiedere aiuto, e il motivo è quasi sempre lo stesso: la convinzione che basterebbe “controllarsi di più”.

Cosa succede nel cervello

Gli studi di neuroimmagine raccontano una storia diversa dalla pigrizia o dalla debolezza.

Nelle persone con binge eating, la vista del cibo attiva in modo più intenso le aree cerebrali legate alla ricompensa, in particolare la corteccia orbitofrontale mediale (Schienle et al., 2009). Altre ricerche hanno rilevato una maggiore liberazione di dopamina nello striato in risposta agli stimoli alimentari (Wang et al., 2011). In altre parole, per questo cervello il cibo ha un “peso” motivazionale più forte, e resistere costa molto di più.

A questo si aggiunge un secondo elemento: la regolazione delle emozioni. Una revisione sistematica ha mostrato che le difficoltà nel gestire stati emotivi intensi sono centrali nel binge eating (Leehr et al., 2015). L’abbuffata, in questo senso, non nasce dalla fame: è un tentativo, rapido ed efficace nel breve periodo, di spegnere o attutire qualcosa che fa male. Stress, noia, solitudine, rabbia, senso di inadeguatezza.

Ecco perché dire a una persona di “avere più forza di volontà” è come dire a chi ha il panico di “smettere di avere paura”. Si chiede di controllare con la sola volontà proprio ciò che il disturbo ha reso difficile da controllare.

Il circolo vizioso della dieta

C’è poi un meccanismo che quasi nessuno conosce, ed è forse il più crudele. Molte persone, dopo un’abbuffata, reagiscono con una restrizione severa: “da domani niente carboidrati”, “salto la cena”, “mi metto a dieta”. Ma una restrizione rigida aumenta la probabilità della successiva abbuffata, perché il corpo e la mente reagiscono alla privazione con un bisogno di cibo più forte.

Si crea così un ciclo: restrizione, abbuffata, senso di colpa, nuova restrizione. Ogni giro conferma la convinzione di essere deboli, mentre in realtà è il ciclo stesso ad alimentarsi. Più si stringe il controllo, più il sistema si rompe.

La vergogna che tiene il disturbo in piedi

La vergogna è probabilmente l’ostacolo più grande. Chi si abbuffa spesso lo fa di nascosto, mente sulle quantità, evita le occasioni sociali in cui si mangia. Il segreto isola, e l’isolamento aumenta il carico emotivo che l’abbuffata cerca di alleviare.

Per questo il passaggio più importante, spesso, non è “mangiare meglio”, ma smettere di leggere il problema come una colpa e iniziare a leggerlo come quello che è: un disturbo con basi biologiche, psicologiche e relazionali, che si può curare.

Cosa funziona davvero

La buona notizia è che il binge eating risponde bene ai trattamenti. La psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata il trattamento di prima scelta nelle linee guida internazionali, perché lavora su ciò che mantiene il disturbo: il rapporto rigido con il cibo, le emozioni difficili da tollerare, i pensieri svalutanti su di sé. Quando serve, il percorso può prevedere anche un supporto nutrizionale e, in alcuni casi, una valutazione psichiatrica.

Il punto non è imparare a resistere. È capire cosa sta cercando di fare quell’abbuffata, e costruire modi diversi per rispondere a quel bisogno.

Quando è il momento di chiedere aiuto

Vale la pena parlarne con un professionista se ti accorgi che:

le abbuffate si ripetono da settimane o mesi

senti di non riuscire a fermarti anche quando vorresti

dopo provi vergogna, disgusto o colpa intensa

nascondi il cibo o ne mangi di nascosto

il rapporto con il cibo condiziona l’umore, le relazioni, la giornata

Non serve “toccare il fondo” per chiedere aiuto. Più si arriva presto, più il percorso è semplice.

Parlarne è già un primo passo

Se ti sei riconosciuta/o in queste righe, non sei debole e non sei solo/a. Al Centro DiCA, a Napoli e a Torre Annunziata, ci occupiamo ogni giorno di disturbi del comportamento alimentare, con un percorso costruito sulla persona e che parte da una valutazione clinica accurata.

Chiamaci oppure scrivici su WhatsApp: wa.me/39327318960. Il primo passo è capire da dove partire.

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Riferimenti

  • Kessler R.C. et al. (2013). The prevalence and correlates of binge eating disorder in the WHO World Mental Health Surveys. Biological Psychiatry.
  • Schienle A. et al. (2009). Binge-eating disorder: reward sensitivity and brain activation to images of food. Biological Psychiatry.
  • Wang G.J. et al. (2011). Enhanced striatal dopamine release during food stimulation in binge eating disorder. Obesity.
  • Leehr E.J. et al. (2015). Emotion regulation model in binge eating disorder and obesity: a systematic review. Neuroscience & Biobehavioral Reviews.