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LA STORIA DELLA RAPPRESENTAZIONE DEL CORPO: ISTITUZIONI, MEDIA E TECNOLOGIE

10 December 2018

La storia della rappresentazione del corpo: istituzioni, media e tecnologie

 

Nel corso del tempo, la scena culturale si è animata sempre più di un dibattito acceso sulla corporeità. Dopo secoli di privilegio della mente sul corpo, si tenta una faticosa ricerca dell’unità psiche-soma (Onnis, 1995), mentre il corpo ha iniziato ad urlare, in tutti i sensi, le sue ragioni, rivendicando una posizione non secondaria nell’espressione di noi stessi.

In questo senso, il corpo costituisce l’interfaccia dell’individuo con l’ambiente, “oggetto pubblico ed al tempo stesso privato”.

L’ingresso del corpo sulla scena sociale occidentale risale attorno alla fine del 1800, quando la lenta trasformazione della società, iniziata con i processi di modernizzazione, aveva comportato, di pari passo, una lenta modificazione del rapporto degli individui con il corpo e la diffusione del modello estetico della magrezza. Nelle case borghesi fa il suo ingresso lo specchio, fino ad allora privilegio esclusivo delle classi agiate. Qui era finalmente possibile contemplare, nel segreto della propria stanza da bagno, il corpo sbarazzato di tutti quegli accessori attraverso i quali avveniva la cura dell’immagine di sé. (Vincent, 1988).

Le pratiche di cura del corpo divengono allora esigenza di questa elitès, espressione del desiderio di apparire, iniziando a privilegiare, soprattutto per le donne, il modello del corpo filiforme. Nelle comunità rurali, invece, non vi era ancora addestramento alla cura del corpo e qui, come in tutte le società sottoalimentate, continuava a prevalere il modello estetico femminile che richiamava l’abbondanza e la fertilità (Vincent, 1988).

Con il passaggio alla modernità, il controllo sociale si è andato realizzando attraverso il corpo, al quale si richiede di essere in grado di rispondere, se è un corpo sano, a stimoli che ne definiscono lo stato di salute in base all’efficienza nei luoghi di lavoro (Bauman, 1999).

Pertanto, mentre all’uomo era richiesto un corpo robusto ed efficiente nella sfera pubblica, adeguato soprattutto per il lavoro, un corpo quindi non ancora direttamente vincolato allo spazio mentale, alla donna veniva richiesto un corpo che “rappresentasse” qualità femminili definite all’interno del rapporto con l’uomo (de Beauvoir, 1949). La donna, dunque, apparirà fortemente vincolata alla propria immagine, a tal punto che la valorizzazione del corpo costituirà il “nucleo concettuale del sé” (Del Miglio 1988), come fondamento dell’identità femminile. Il riconoscimento di questa identità, che si esprime attraverso l’immagine visibile del corpo, storicamente è riconosciuto attraverso lo sguardo maschile, il quale ne valorizza il ruolo all’interno del nucleo familiare e della funzione riproduttiva, mentre lo spazio interno di questo corpo continuerà ad essere pensato come abitato da una natura indomita, controllabile e contenibile solo attraverso la maternità (Molfino, 1999).

Mentre per l’uomo il rapporto con il corpo inizia a modificarsi soprattutto nel discorso sociale, attraverso i processi di istituzionalizzazione, per la donna il rapporto con il proprio corpo rimane vincolato a temi che riguardano la sfera privata. Sarà il movimento delle donne a portare questi temi in ambito pubblico, valicando le barriere tra quelle due sfere, pubblica e privata, fino ad allora rigidamente separate.

Ma accanto all’influenza dei movimenti innovatori, la società attraversa anche un cambiamento legato alla crescente tecnologizzazione: l’attenzione sarà destinata ad intensificarsi in un primo momento con l’avvento dei mass media, per esasperarsi, successivamente, con l’esplodere di sempre più nuove tecnologie d’intervento sul corpo, che offrono alle istituzioni gli strumenti per ottenere nuove possibilità di controllo, ed agli individui nuove risorse per raggiungere il piacere e l’accettazione sociale.

I mass media hanno permesso, in un primo momento, l’estensione dei sensi, quindi la possibilità di “vedere” ciò che prima non sarebbe stato possibile e “parlare” con chi è a chilometri di lontananza (McLuhan, 1964). Per le donne ciò ha permesso di avere la possibilità di “guardare” a quello spazio sociale dove ancora non era consentito loro di accedere ma dove, accanto alla spinta a conservare un ruolo rigidamente definito, si inizia a discutere su temi che riguardano direttamente il significato “dell’essere donne”.

Ora sembra chiaro come, in una cultura volta a recuperare il corpo nella comunicazione di sè, si possa scivolare con estrema facilità dalla cura all’accanimento su di esso in particolare laddove il sé si adopera in una ricerca affannosa e dolorosa di definizione.

Le tecnologie permettono di superare il limite imposto dalla natura: si può intervenire sulla realtà modificandola, così da potere imporre alla natura la propria immagine del corpo, permettendosi di accedere all’immagine che più ci piace (Bordo 1997). La possibilità di rimaneggiamenti della forma fisica consente di riprodurre quei modelli socialmente accettati e condivisi, ed ancor di più, per ognuno diventa possibile dare spazio ad un sé grandioso, attraverso l’identificazione degli idoli dello spettacolo.

Con l’avvento delle tecnologie sul corpo sembra sparire il lato biologico del corpo stesso, il quale viene rimpiazzato da costrutti culturali (Capucci, 1994).

Le immagini mass mediali promuovono l’adesione ad identità imposte dalla società dei consumi; il corpo, già al centro della scena sociale della modernità, è il principale oggetto merce della comunicazione visuale.

Il corpo femminile inizia a sovraccaricarsi di significati: se da un lato i processi di emancipazione sociale impongono alla donna di esprimere spregiudicatezza e libertà sessuale attraverso la magrezza (Gordon, 1991), dall’altro l’affermazione del ruolo femminile tradizionale si esplica attraverso l’immagine delle formosità del corpo.

Nei primi anni del secolo, parallelamente al taglio dei capelli ed all’accorciarsi delle gonne, coesiste l’invito da parte dei poteri istituzionali a conservare l’adesione ai modelli femminili tradizionali. In Italia, ad esempio, Mussolini dispose il divieto della diffusione di immagini femminili esili, cogliendone i risvolti psicologici che implicitamente queste immagini riflettevano sulla collettività (Cannistraro, 1975; Zunino, 1985).

Ma durante la prima e poi seconda guerra mondiale accadde un fatto del tutto nuovo. Per la prima volta le donne erano esplicitamente chiamate a cimentarsi nella sfera pubblica, uscendo dall’ambiente domestico e collaborando con gli uomini per la risoluzione del conflitto sperimentando, in questo modo, una forma autentica di libertà (Thèbaud, 1992).

Alla fine delle due guerre, dopo avere assaporato la possibilità di cambiamento, le donne si videro nuovamente spinte verso i luoghi pensati come naturali per loro: la casa e la famiglia (Restaino, Cavarero, 1999).

Le immagini mass mediali, in questo periodo storico, intensificano i messaggi rivolti al ripristino dei ruoli maschili e femminili tradizionali, che per la donna significa procreare e quindi presentare un corpo che richiama alla fertilità ed alla maternità (Gordon, 1991), e far ritorno alle mura di casa. All’interno di queste mura però, non solo entra il cibo, ma, oltre agli elettrodomestici, iniziano a diffondersi anche mezzi di comunicazione come la televisione, che permette alle donne di guardare alla sfera pubblica, senza peraltro potervi accedere. In questo periodo si diffondono parossisticamente riviste femminili, immagini pubblicitarie ed un filone cinematografico dove le donne possono trovare personaggi in cui identificarsi (Higonnet, 1992).

L’invito rivolto alla donna di “far ritorno a casa” non fu vissuto con serenità, nonostante gli sforzi di una società sempre più progredita e tesa a rendere sempre più confortevole l’ambiente domestico attraverso il progresso e la tecnologia. In questo periodo storico, negli Stati Uniti si diffuse quel “disagio senza nome” di cui parlò Betty Friedan (1964): esso colpì molte donne, le quali riferivano di sentirsi “inquiete ed insoddisfatte”. E questo disagio si affiancava ad un progressivo aumento di incidenza dell’anoressia nervosa, in contrasto con lo stereotipo

dell’immagine corporea femminile dominante, ma in linea con l’ambivalenza dei significati che questa stessa immagine veicolava riguardo al ruolo ed alla identità della donna.

L’avanzare dei movimenti di contestazione, fra gli anni ’60 e ’70, per gli uomini avrà il fine di porre in discussione l’istituzionalizzazione del corpo maschile, mentre per le donne significherà principalmente la possibilità di svincolare il corpo femminile dal controllo sulla donna di cui l’uomo era stato garante. Il movimento delle donne si auspicava, in qualche modo, che la donna potesse riappropriarsi del proprio corpo, ma fu una protesta che si diffuse, nella società di massa, attraverso un linguaggio proprio delle donne: definire se stesse attraverso il corpo.

Se la cancellazione dei parametri che richiamavano alla fertilità costituiva l’imitazione dell’immagine maschile, senza ereditarne lo stesso potere sociale, ancora esclusivamente riservato all’uomo (Molfino, 1999), il ritorno a mostrarsi sempre più esili rese l’aspetto adolescenziale e prepubere, iniziato a diffondersi negli anni ’60, un vero e proprio “trend”, legittimando il corpo emaciato come modello estetico, rendendolo nuovamente vincolato allo sguardo e quindi al controllo dell’uomo.

I corpi femminili divennero le icone di una giovinezza senza tempo, pronta ad esorcizzare lo specchio della vecchiaia che, dagli anni ’70 in poi, inizierà ad ossessionare le masse. In questo modo i comportamenti sintomatici vivranno un incoraggiamento da parte del contesto socio-culturale, con il senso però di espressione del disagio attraverso l’estremizzazione di parametri che la cultura stessa impone.

L’anoressia assume proporzioni epidemiche, continuando ad essere sempre più presente soprattutto in quei contesti dove l’unica voce possibile rimane quella che si esprime attraverso il corpo. Ma accanto alle forme restrittive, caratterizzate dal rifiuto del cibo, iniziano a diffondersi comportamenti bulimici, vissuti nella segretezza del proprio spazio privato, in grado, però, di difendere la sfera pubblica tramite un’immagine socialmente adeguata. L’apertura sociale alle donne, pertanto, segna una tappa evolutiva che nuovamente iscrive il disagio sul corpo femminile, mentre il faticoso percorso verso la ricerca dell’identità da parte degli individui, si troverà nuovamente a doversi confrontare con nuovi codici culturali.

Le tecnologie in espansione invadono direttamente il corpo, promuovendo l’affermarsi di un’immagine femminile che sembra segnare la riconciliazione paradossale fra le aspirazioni delle donne, svincolate ormai dalla funzione riproduttiva, ed il desiderio maschile.

Il corpo “artificiale”, non più assoggettato alla volontà della natura, ma plasmato, modificato e modellato secondo gli stereotipi sociali, segnala la possibilità di costruzione del sé ideale che sempre più aderisce ai tratti narcisistici di una cultura tecnologicamente aggiornata. Il clima attuale suggerisce, infatti, la possibilità di realizzare sul proprio corpo ciò che l’individuo avverte come “vero sé”, ma d’altro canto, impone che il vero se rispecchi criteri di potere, perfezione e controllo.

Nella condotta bulimica, l’immagine del corpo recupera il femminile, ma sembra segnalare una confusione tra un’identità autonoma ed un’identità “artificiale”, con la sensazione che si produca, nelle ragazze bulimiche, uno scollamento fra queste due possibilità, più che un’accettazione passiva. Anche nella bulimia, dunque, è riconoscibile il meccanismo del rifiuto del corpo, ma esso, lungi dall’essere esibito nella sua radicalità, come nell’anoressia, è mascherato e segreto, occultato da apparenze accettabili e compromissorie.

Nella nuova cultura in cui anche la morte è “virtuale”, simulata, proprio perché se ne possono prendere le distanze (Virilio, 1994), il linguaggio anoressico risulta sempre più incomprensibile ed ingiustificato.

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