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QUANDO IL CIBO SERVE A COMPENSARE DISAGI AFFETTIVI

23 August 2018
adolescenza, disturbi alimentari, anoressia, bulimia, binge, genitori, padri, madri

Quando il cibo serve a compensare disagi affettivi

 

Perché mangio in modo forsennato anche quando non ho fame?” Questa è la domanda che si fanno spesso le persone bulimiche, sentendosi angosciate e terribilmente colpevoli, perché sanno bene che gli attacchi di voracità poco hanno a che fare con un bisogno di nutrimento. Essere dipendenti dal cibo non è un comportamento che riguarda esclusivamente il fisico, è invece un modo di rapportarsi che rivela molti aspetti pochi evidenti della personalità di ognuno, e che induce a vivere una sorta di odissea tra trasgressione e vizio, fame e gola.

Non esiste società che tratti il cibo in modo razionale, tenendo solamente conto del valore nutritivo degli alimenti, ed è per questo che, per ciascuno di noi, le valenze dell’alimentazione sono radicate, oltre che su complessi valori culturali, sulle consuetudini della propria famiglia e della carica emotiva che ne deriva. Per questo le diete dimagranti sono così spesso un fallimento: perché il conteggio delle calorie trascura in realtà le motivazioni profonde degli attacchi di fame. Molte persone tentano a più riprese “programmi dietetici meccanicistici”, conteggiando maniacalmente le calorie ingerite, oppure seguendo diete da terapia d’urto, che darebbero un risultato immediato con un minimo sforzo.
I risultati sono spesso deprimenti, quando non sono disastrosi. Tutto questo non serve, poiché il problema che una bulimica ha con se stessa è assai più complesso: deve capire cosa significano i suoi reiterati raptus di fame ( ma il problema, senza dubbio e con aspetti diversi, non esclude il maschio). L’immagine di sé che si vuole accreditare presso gli altri rispecchia un modello di ideale perfezione, di brava figlia, di brava moglie, di brava dipendente, di “brava” in qualsiasi campo sia richiesta la prestazione. Purchè il consenso sia unanime, questo dover essere è continuamente messo alla prova dai propri sentimenti, di per sé trasgressivi, che tuttavia la donna bulimica sa sempre tenere a bada. Ma c’è il rischio continuo che questo consenso, faticosamente raggiunto, vada perduto e ci si lascia andare alla propria vera natura. Quindi, quando più il giudizio di se è negativo, tanto più va ricercata l’approvazione generale, con la speranza che gli altri non scoprano il buco nero che sta sotto, e la propria vera o presunta pochezza…

Anche dal punto di vista sessuale c’è la stessa tensione ad essere come tu mi vuoi. La bulimica è una donna che ha una reale difficoltà a dire di no, ma che non sa lasciarsi pienamente andare perché teme un giudizio negativo, correndo quindi un pericolo anche maggiore: essere abbandonata.
La dipendenza dal partner diventa molto forte, nonostante il disagio di cui soffre la bulimica nei suoi confronti. Si instaura in questo modo l’abitudine eroica di sopportare ogni angheria, affinché il temuto abbandono non avvenga mai. Emerge dunque una personalità dipendente si dal cibo, ma soprattutto dipendente dall’esterno, e dal non sapersi accettare per quello che si è.

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Ma come mai, se oggi ho un attacco di finta fame, mezz’ora dopo corro a liberarmi della colpa della mia ingordigia e vomito?” si chiede la bulimica. “Cosa nasconde questo comportamento irrazionale?” Ancora una volta agisce il bisogno di tenere tutto sotto controllo, riportando la situazione al punto zero, cioè a prima del misfatto, dell’ingerimento di cibo.

Gli attacchi di fame, dal punto di vista simbolico, hanno varie valenze: “Devo tapparmi la bocca perché quello che ho da dire veramente potrebbe essere o risultare aggressivo e distruttivo, quindi minacciare il rapporto che ho in corso”. Oppure: “Ho bisogno di colmare il terribile e temibile vuoto che mi porto dentro e che identifico come sintomo di fame anche se so che non è così”. E ancora: “ Potrebbe servire in qualche modo a placarmi sollevandomi momentaneamente dall’ansia di dovermi dare delle ragioni profonde per questo senso di sgomento e scontentezza di me e degli altri”. Un percorso approfondito all’interno della propria storia personale diventa quindi necessario per capire il perché del fissarsi di comportamenti patologici, cosa si cerca di superare o di nascondere a se stessi opponendo ostacoli alla propria autonomia. Forse è la paura. Di trasgredire, di competere, di fallire, di affermarsi; tutti comportamenti che, in un codice tacito madre-figlia, non dovevano essere presenti perché non femminili? Ciascuno di noi ha le sue risposte, i suoi perché. Si tratta di rintracciarli.

 

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Come ogni labirintico processo per raggiungere la conoscenza si indaga dentro sé, per scoprire ed accettare ciò che di misterioso abita in noi. Questo migliorerà la tolleranza, la socialità e porterà ad un’accettazione vera e più profonda di sé e dell’altro. Il conoscersi ed il riconoscersi consente di sperimentare altre vie di comportamento più adulte e più mature, senza ricorrere a regressioni, chiarendo il legame con la nostra parte bambina. Imparare a convivere con quel vuoto interiore, che prima tanto ci spaventava, diventerà un’opportunità per maturare.

Le guarigioni non riguardano ovviamente solo il superamento della bulimia, quindi del sintomo, ma si basano sul mutamento del vivere quotidiano, dei rapporti con gli altri e con se stessi. Una volta scoperto con la psicoterapia che aggrapparsi ad una persona e renderla indispensabile, oppure dipendere da un cibo che ci colmi o ci plachi come nella prima infanzia, è solo un alibi, si può impostare un altro modello di comportamento, più benefico per se e per chi si ama. E questo vale tanto più per le donne, costrette da antichi imperativi ad amare troppo nella dipendenza, e tuttavia affamate di risarcimenti, al punto di mangiare troppo.