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di: stefanoiovino

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bed

“ Gli psicologi mi vedono soltanto grassa, i dietologi solo fuori di testa”, così una paziente sintetizzò le difficoltà di molti clinici nel trattare il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (DAI).

Alcuni ricercatori lo ritengono una patologia a sé stante, altri una variante della Bulimia Nervosa, altri ancora uno stile alimentare, senza correlati psicopatologici, che predispone all’obesità. Il dibattito è confermato dal fatto che  l’American Psychiatric Association ne ha introdotto i criteri diagnostici nel suo manuale (DSM-V).

Attualmente, è opinione diffusa nella psichiatria che esso rappresenti uno specifico disturbo dell’alimentazione. Tale opinione deriva dall’esperienza clinica ed è avvalorata da un crescente numero di dati della letteratura internazionale.

Il BED presenta specifici correlati genetici, una peculiare distribuzione socio-demografica tra i sessi e le diverse etnie e un’elevata comorbilità con la depressione, la cui prevalenza nel corso della vita in questi pazienti si attesta intorno al 60%.

Per quanto riguarda le caratteristiche psicopatologiche non è molto spiccata la focalizzazione del pensiero sul cibo, peso e aspetto fisico, peculiare degli altri disturbi dell’alimentazione. Contrariamente a quanto avviene nella bulimia nervosa la restrizione dell’introito calorico non sembra avere un ruolo centrale nell’innesco delle abbuffate. Esse sembrano essere indotte più dalla difficoltà a gestire le emozioni e a controllare gli impulsi. Durante l’abbuffata, il paziente percepisce un senso di perdita di controllo sul cibo:

“Non riesco a fermarmi, non so cosa mi succeda in quei momenti…non mi accorgo nemmeno di mangiare, solo dopo vedo quanto cibo manca dal frigo!”.

Oltre alla quantità di cibo e alla perdita di controllo il DSM V indica, fra i criteri diagnostici, il modo in cui deve avvenire l’abbuffata: rapidamente, senza che ne sia avvertita la necessità fisica e in solitudine, per la vergogna del proprio comportamento. A tale atto deve far seguito una spiacevole sensazione di pienezza gastrica, disgusto, tristezza o senso di colpa. Questo modo di alimentarsi, inoltre, deve essere vissuto con disagio e si deve verificare in media 2 giorni la settimana per 6 mesi. A differenza dei criteri diagnostici utilizzati per definire la bulimia nervosa, in questa patologia per misurare la frequenza delle abbuffate sono presi in considerazione i giorni in cui avviene il comportamento piuttosto che il numero dei singoli episodi. Il criterio è stato definito in questo modo poiché, mentre nella bulimia nervosa l’abbuffata si conclude con i comportamenti compensatori ed è perciò semplice definirne il numero, nel BED l’assenza dei metodi di compenso rende a volte difficile per il soggetto riconoscere l’inizio e la fine degli episodi di eccesso alimentare. Per potere fare diagnosi di BED è richiesto che il disturbo persista almeno 6 mesi, contrariamente a quanto stabilito per la bulimia nervosa in cui il sintomo deve perdurare da almeno 3 mesi.

Per un paziente affetto da Binge Eating Disorder è “qualcosa che mi comanda, che mi sveglia anche di notte”. Molti riferiscono di avvertire durante l’abbuffata una sensazione di perdita controllo, di allontanamento dalla realtà, come se non si rendessero più conto di quanto stanno facendo.

Il circolo vizioso delle abbuffate convince sempre più il paziente affetto da Binge Eating Disorder di non avere altra possibilità per modificare la sua vita ed il continuo aumento di peso ne diminuisce ulteriormente l’autostima. Il paziente bulimico, invece, con i comportamenti compensatori tenta di “resettare” la realtà e finché ci riesce vive in uno stato meno deprimente rispetto al soggetto affetto da BED, a cui il soggetto rimanda ogni giorno l’immagine svalutante anche esteriore della propria inadeguatezza.

L’abbuffata serve ad allontanare dalla coscienza le emozioni negative focalizzando il soggetto su quelle positive indotte dal cibo. Molti pazienti raccontano di provare emozioni negative prima delle abbuffate:

“Mio marito esce spesso la sera per lavoro ed io mi sento molto sola, non so cosa fare però non voglio che lui se ne accorga, non mi va di farmi vedere debole, sembrerebbe che dipendo da lui, non voglio concedergli questo vantaggio. Se lui scoprisse che non ce la farei da sola per me sarebbe troppo, per farmi coraggio non appena sono sola mi abbuffo di dolci e poi mi sento uno schifo!”

Purtroppo anche la vergogna ed il senso di colpa sono emozioni scarsamente tollerabili, per cui funzionano esse stesse da fattore di mantenimento per future abbuffate. L’insieme di fattori scatenanti e di mantenimento crea un circolo vizioso da cui molto difficilmente il paziente riesce a districarsi.

Anche l’ansia con il suo corteo di sintomi (costrizione gastrica, tachicardia, sudorazione, debolezza, vertigine) viene spesso confusa con la fame, per cui il paziente si abbuffa nel tentativo di recuperare le energie e far scomparire le sensazioni sgradevoli. Gli immediati effetti positivi legati all’introduzione di cibo portano al perpetuarsi del comportamento. La rabbia è una delle emozioni che questi pazienti meno si permettono di manifestare o non riescono nemmeno a riconoscere per pregiudizi morali o timore di non corrispondere a regole di comportamento sociale.

Il sentire crescere in sé una marea montante di irritazione nei confronti di una persona che “si dovrebbe amare sempre, incondizionatamente” come il genitore o il partner, provoca un intollerabile senso di disagio: “Se ho il nervoso per essermi costretta a fare cose che non voglio, o mi sento di non essere stata brava, mi viene un misto di rabbia e senso di colpa e mi sfogo mangiando dolci”.

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